Ricca di storia e dotata di una plurima identità, Catania porta ancora i segni delle culture che l’hanno dominata e segnata: greca in origine, poi romana, bizantina, araba, normanna e  sveva: volti ancora ben visibili, sui quali si impone, tuttavia, quello ricco e  magniloquente

dell’architettura barocca. Una città dalla forte e poliedrica personalità, frutto delle sue molteplici

‘vite’, della capacità di rinascere dalle macerie: melior de cinere surgo, ovvero risorgo più splendente dalle mie ceneri, recita l’iscrizione accompagnata dall’ immagine di una fenice, scolpita su una delle porte della città (porta Ferdinandea, che i catanesi chiamano ‘U furtinu’), a testimonianza di come essa sia stata capace di rinascere, e di trarre nuovo vigore,

dalle devastazioni causate dai terremoti che per ben due volte l’hanno rasa quasi al suolo.

CATANIA

Via Etnea

Il modo migliore per accingersi alla scoperta della ricchezza storico-architettonica e del suo fascino multiforme, è probabilmente quello di partire dalla direttrice principale, la via Etnea, che attraversando la città da nord a sud collega idealmente i suoi due grandi protagonisti: il mare e l’Etna. Superfluo sottolineare che il nome della via trae la sua origine proprio dal vulcano, in direzione del quale essa è stata costruita, e che in lontananza domina lo sguardo di chi la percorre. Un orientamento emblematico, che testimonia una presenza maestosa, amata e temuta, e simboleggia la costante influenza che l’Etna ha esercitato sulla città sin dalla sua fondazione, condizionandone le vicende. Fu il duca di Camastra, in seguito al terremoto del 1693, a decidere di tracciare le vie del centro abitato partendo dai resti del Duomo, puntando proprio in direzione del vulcano.

Il nostro itinerario potrebbe dunque partire da Porta Uzeda, così chiamata in onore del vicerè spagnolo che, in seguito al terremoto del 1693, entrò in città per visionare i lavori di ricostruzione.

Pochi anni dopo, nel 1696, fu inaugurata ingresso ufficiale della città. Si è detto prima che la via Etnea costituisce una sorta di filo conduttore tra il mare e il vulcano: ebbene, l’ingresso della città era allora lambito dalle acque, che scorrevano fino a non molto tempo fa sotto gli Archi della marina, il ponte ferroviario la cui costruzione risale agli ultimi decenni del secolo XIX, e che tutt’oggi vediamo alle spalle della porta. A differenza di allora, oggi ci appare tuttavia come un ponte che poggia sulla terraferma, risultato dei lavori di ristrutturazione del porto voluti, intorno agli anni Trenta, dal regime fascista, quando il vecchio porto saraceno venne interrato e si procedette alla costruzione di un nuovo molo.

Torniamo al nostro itinerario, e dunque alla porta Uzeda. Da qui si diparte, e si estende per una lunghezza di circa tre chilometri, la via Etnea. Ad aprire questo incantevole percorso, scandito da ariose piazze dal fascino mediterraneo, uno dei più emozionanti scenari barocchi che la città possieda: piazza Duomo.

PIAZZA DUOMO

CATTEDRALE DI SANT'AGATA

Tra gli elementi che la compongono, quello che senza ombra di dubbio attira per primo lo sguardo di chi si trova a visitarla è la Fontana dell’Elefante. Posta al centro della piazza, è composta da un basamento in marmo bianco che sostiene un elefante in pietra lavica, sulla cui schiena, a sua volta, è posto un obelisco: i catanesi lo chiamano u liottru, traduzione dialettale di Eliodoro. Del significato del nome parleremo più avanti, per il momento preme sottolineare che questo animale ha per la città del vulcano un significato molto particolare, e ne è il simbolo ufficiale dal 1239.

 Il monumento, nel suo insieme, venne realizzato da Giovanni Battista Vaccarini tra il 1735 e il 1737, ad imitazione dell’obelisco di Minerva di Gian Lorenzo Bernini. Ciò che non conosciamo è la data in cui l’elefante venne realizzato, né il nome del suo autore, una lacuna che ha favorito il proliferare di ipotetiche ricostruzioni basate su incerte informazioni storiche e su un bagaglio di miti e leggende. L’ipotesi più accreditata è oggi quella che data la realizzazione della statua al periodo della dominazione cartaginese o bizantina, peraltro accreditata da Idrisi, geografo attivo alla corte fridericiana, che visitò la città nel XII secolo, quando già, secondo la sua testimonianza, il liottru si trovava all’interno delle mura della città. L’elemento davvero interessante riportato dalla sua cronaca, tuttavia, riguarda il significato che questa scultura rivestiva per gli abitanti della città: si credeva infatti che la statua fosse dotata di poteri magici, e venne per questo posta a protezione di Catania e della sua popolazione dalle eruzioni vulcaniche. Il nome, come già accennato, invece è da interpretarsi come la traduzione siciliana del nome Eliodoro, un nobile catanese vissuto nel I secolo d.C., il quale aveva tentato, senza successo, di diventare arcivescovo della diocesi. A tal proposito, tra le incerte leggende legate alla realizzazione della statua in pietra lavica, ve n’è una che racconta che a scolpirlo fu proprio Eliodoro, per poi cavalcarlo durante i riti magici a cui amava dedicarsi.

La proboscide dell’elefantino indirizza il nostro sguardo verso un altro elemento rilevante della piazza: la cattedrale di sant’Agata, splendido esempio di architettura barocca, dedicata alla Santa patrona della città.

CATTEDRALE DI SANT'AGATA

Quanto è stato detto, genericamente, a proposito della città, vale in maniera particolare per il suo Duomo: la splendida facciata barocca che domina la piazza è in realtà il risultato finale di un susseguirsi di vicende che ha visto l’edificio religioso più volte distrutto e ricostruito. É del 1078 la prima opera di costruzione, peraltro realizzata sulle rovine delle Terme Achilleane, alle quali ancora oggi è possibile accedere passando attraverso il museo Diocesano di Catania, percorrendo un corridoio ricavato tra le strutture romane e le fondamenta del Duomo. Il terremoto del 1169 demolì quasi interamente la costruzione, lasciando salva la zona absidale; a completare l’opera di distruzione accorsero inoltre un terribile incendio, nel 1194, e più tardi, nel 1693, il già citato terremoto della Val di Noto.

Tra le opere di ricostruzione che seguirono alla calamità rientrò chiaramente quella del Duomo, che fu pensato e riedificato dal Vaccarini, per essere ultimato nel 1711, così come oggi ci appare: il prospetto, in marmo di Carrara, è suddiviso in tre ordini compositi in stile attico e corinzio, tutti decorati con statue in marmo che rappresentano la Santa; a destra e a sinistra del portale, rispettivamente, le statue di Sant’Euplio e San Berillo.

L’interno, con pianta a croce latina e suddiviso in tre navate, oltre a conservare numerose opere di interesse artistico, custodisce la cappella dedicata alla Santa patrona, particolarmente cara ai cittadini, protetta da una robusta cancellata un ferro battuto.

ACQUA O LINZOLU, FONTANA DELL'AMENANO

Oltre che dalla Cattedrale, la piazza è costeggiata dal Palazzo dei Chierici e dal Palazzo degli Elefanti, sede del municipio. Alla sua destra, la Fontana dell’Amenano, meglio nota ai catanesi come fontana dell’ acqua linzuolu, ovvero dell’acqua a lenzuolo, una curiosa denominazione dialettale dovuta al fatto che il getto d’acqua che viene fuori dalla fontana, riversandosi su una vasca posta al di sotto di essa, crea una cascata uniforme e molto sottile la cui immagine rimanda a quella di un lenzuolo. Il nome reale fa invece riferimento al dio che, come vuole il mito classico, venne trasformato in fiume, e che troviamo qui rappresentato come un giovane che tiene in mano una cornucopia, dalla quale fuoriesce il gettito d’acqua. La scultura, testimonianza della presenza ancora forte della cultura classica nel territorio, ricorda le origini della denominazione del corso d’acqua sotterraneo che bagna la città, ovvero l’esito della leggendaria e romantica storia d’amore tra il dio e la ninfa Gemma. Si racconta infatti che il dio Plutone, invaghitosi della ninfa, avesse scatenato la gelosia di Proserpina, la quale in preda all’ira decise di trasformare Gemma in una fonte. Gli dei, commossi dalla disperazione di Amenano, decisero di trasformare anch’egli in una fonte, affinchè potesse incontrare la sua amata nel pozzo di Gammazita, il luogo in cui si uniscono le acque dei due corsi d’acqua in cui gli sfortunati amanti vennero mutati, e che è posto vicino all’antica cinta muraria cittadina.

 

 

 

PIAZZA UNIVErSITÀ

A pochi metri dalla piazza Duomo troviamo piazza Univesità, sovrastata da due grandi edifici in stile barocco: sulla sinistra, il Palazzo Gymnasiorum, oggi sede del rettorato dell’ateneo catanese, ma per lungo tempo sede dell’unica università presente in Sicilia, fondata nel 1434. La sua costruzione rimanda ai nomi di prestigiosi architetti, tra i quali il celebre Giovanni Battista Vaccarini.

Sul lato opposto della piazza, il Palazzo Sangiuliano, così chiamato perché a volere la sua edificazione, nel 1738, furono i membri della famiglia Paternò Castello, marchesi di Sangiuliano. I quattro lampioni in bronzo disposti all’interno della piazza, sono stati realizzati invece nella metà del secolo scorso da Mimì Maria Lazzaro, scultore catanese. Tre di questi vedono rappresentate ai loro basamenti altrettante famose leggende catanesi: quella di Colapesce, quella dei fratelli Pii, e infine quella di Gammazita; per il quarto fu invece appositamente creata quella di Uzeta.

LA COLLEGIATA E I QUATTRO CANTI

Procedendo ancora per la via Etnea, prima che questa incroci la via Antonino di Sangiuliano (a proposito della quale diremo più avanti) sul lato sinistro il nostro percorso ci offre un secondo mirabile esempio di architettura religiosa di stampo barocco: la basilica di Maria Santissima dell’elemosina, meglio nota come basilica Collegiata. Uno dei particolari che per primi impressionano l’osservatore è certamente l’ampia cancellata che ne delimita il sagrato, oltre il quale si diparte una grande scalinata che fa da base ad una ricca facciata campanile, divisa in due ordini. L’interno, ripartito in tre navate con tre àbsidi, custodisce numerose opere, tra le quali alcune tele di Francesco Gramignani e di Giuseppe Sciuti. Di quest’ultimo sono anche gli affreschi della volta e della cupola.

Più avanti, l’incrocio noto come i quattro canti, ovvero il punto in cui la via Etnea interseca la via Sangiuliano, caratterizzato da una peculiarità: i quattro palazzi che lo determinano sono smussati agli angoli, facendogli pertanto acquisire un’originale forma ottagonale. Volgendo lo sguardo verso sinistra, notiamo la presenza di una salita caratterizzata da una pendenza talmente ripida da risultare inusuale: è la cosìdetta chianata i Sangiulianu, un tratto dell’omonima via particolarmente caro ai cittadini poiché ogni anno vi si svolge il momento più spettacolare ed emozionante della Festa di Sant’Agata : è qui che, dopo avere percorso per due giorni l’intera città, il fercolo della Santa viene trainato in corsa dai devoti.

PIAZZA STESICORO

Altra tappa obbligata, sulla via Etnea, è piazza Stesicoro. La sua centralissima posizione la rende una delle zone più frequentate del centro storico, anche perché contigua alla fera‘o luni, lo storico mercato cittadino, di cui diremo più avanti. Una curiosità probabilmente poco nota anche ai catanesi è che in passato la piazza dava il nome a quella che oggi è nota come via Etnea. Ciò si deve certamente al fatto che, all’epoca in cui la strada venne costruita essa arrivava proprio fino a piazza Stesicoro, per una lunghezza inferiore al chilometro. Una denominazione che, è bene sottolineare, non corrisponde neanche a quella d’origine: il suo primo nome fu infatti quello di via Uzeda, dal nome del Vicerè in onore al quale il duca di Camastra volle battezzarla subito dopo la sua costruzione. Il fascino di questa piazza, dalla forma semplice, rettangolare, risiede probabilmente nel fatto che essa ospita elementi di elevato interesse storico architettonico, e si trova al contempo in un’area limitrofa alla parte moderna della città.

Essa risulta divisa in due opposte ali dalla via Etnea che la attraversa, e vanta sul lato ovest, circa dieci metri sotto il livello stradale, l’unica porzione visibile dell’anfiteatro romano, emozionante testimonianza dei fasti dell’epoca imperiale: databile al II secolo a.C., venne riportato alla luce, dopo alterne vicende, nei primi anni del Novecento. Sin dal Medioevo fu utilizzato più volte come cava da materiali per costruzione; nel XIV secolo i suoi ingressi vennero murati, e l’intero anfiteatro venne inglobato nella rete di fortificazioni voluta dai sovrani aragonesi. Quando il terremoto del 1693 lo seppellì sotto le macerie, il primo e il secondo piano di spalti erano già stati abbattuti da più di un secolo. Sopra di esso sorsero pertanto nuove abitazioni, nonché la facciata della chiesa di Sant’Agata alla Fornace (così chiamata perché qui si trovava la fornace cui la Santa venne condotta per l’ultimo dei martiri subiti), che oggi vediamo alle spalle degli scavi archeologici. Sul lato est della piazza, troviamo invece una statua commemorativa intitolata a Vincenzo Bellini, il celebre compositore di nascita catanese. E’ alle spalle della statua che lo ricorda che si snoda il Corso Sicilia: realizzata tra il 1956 e il 1958 a seguito dello sventramento che portò alla parziale demolizione dello storico quartiere di San Berillo, la via ha un’ampiezza superiore ai ventri metri, ed è sede di numerose banche e società assicurative.

VILLA BELLINI, ORTO BOTANICO, PIAZZA CAVOUR

La vostra passeggiata verso la via Etnea potrebbe a questo punto continuare alla volta del più antico dei quattro principali giardini di Catania, che conserva il volto che nel XVIII secolo il principe Ignazio Paternò Castello, allora proprietario, volle dargli. Ricco di labirinti di siepi e di viali, lungo i quali si alternano statue e fontane a zampillo, è oggi meta privilegiata degli amanti del jogging.

Gli appassionati di botanica potrebbero tuttavia essere interessati a soddisfare le curiosità inerenti alla flora mediterranea: non potranno a questo punto perdersi una visita all’Orto Botanico, dove tra i numerosissimi esemplari potranno ammirare peculiari collezioni di piante quali le succulente, le palme, e le piante spontanee siciliane.

Qualora decideste di procedere ancora lungo la via, essa vi condurrebbe, poco più avanti, a piazza Cavour, nota ai catanesi come piazza Borgo. Una denominazione legata ai fatti che seguirono l’eruzione vulcanica del 1669. In questa occasione, infatti, la lava raggiunse il vicino paese di Misterbianco, gli abitanti del quale scelsero di dirigersi verso Catania e di stabilirsi proprio nell’area di piazza Cavour, che allora si trovava all’esterno delle mura della città. Nell’area prospiciente la piazza troviamo ben tre chiese, i cui nomi conservano le tracce delle origini della zona: sant’Agata al Borgo, SS Sacramento al Borgo, S. Nicolò al Borgo.

VIA CROCIFERI

La ripida pendenza della salita di via di Sangiuliano potrebbe probabilmente scoraggiare chi la osserva dal basso. Esistono tuttavia valide ragioni per cimentarsi in questa “scalata”. La prima, e più elementare, è che dalla sua cima è possibile godere della vista spettacolare della città che si allunga verso il mare. Ma soprattutto, non sottoporsi a questo piccolo sacrificio, significherebbe precludersi la possibilità di visitare due luoghi unici, che in più occasioni hanno fatto da sfondo alle vicende racchiuse in importanti pellicole cinematografiche: via Crociferi, il cuore del barocco catanese, che in soli 200 metri racchiude alcune tra le più belle chiese della città; e il labirintico e maestoso ex Monastero di San Nicolò l’Arena, situato in piazza Dante.

 

Posta sul pendio della collina di Montevergine, che determina la pendenza della salita che la attraversa, la via Crociferi trae il suo nome dalla chiesa di San Camillo dei padri Crociferi, la cui costruzione fu iniziata durante i primi anno del Settecento, in seguito all’arrivo dell’ordine religioso dei padri Crociferi a Catania, avvenuto poco dopo il terremoto del 1693. Anche in questo caso, fu a seguito della calamità che furono cominciati i lavori grazie ai quali questo piccolo museo barocco, considerato una delle strade settecentesche più belle d’Italia, fu messo alla luce: in breve tempo, lungo la strada furono edificate chiese ed edifici, ad opera delle famiglie più influenti della città.

 

Partendo proprio dalla menzionata chiesa di San Camillo, ovvero dal tratto finale della via, oltrepassiamo la via di Sangiuliano ed incontriamo, ad accoglierci sulla sinistra, la chiesa di Sangiuliano. La scelta dell’andamento convesso del prospetto e della cancellata che lo cinge, è opera del Vaccarini, il quale studiò, per la pianta interna dell’edificio, un’unica navata a pianta ottagonale. Proprio di fronte ad essa, la chiesa di San Francesco Borgia, annessa all’ex convento dei Gesuiti. Quest’ultimo, sede dell’istituto d’arte fino al 2009, contiene al suo interno un notevole chiostro, con colonne e arcate. Sempre sulla destra, poco più avanti, la chiesa di San Benedetto. Edificata tra il primo e il secondo decennio del Settecento, essa fa parte del complesso conventuale delle suore benedettine, che comprende anche la Badia Maggiore e la Badia Minore, collegate tra di loro da ponte-arco che sovrasta la via. All’esterno della basilica, basterebbe già la vista della celebre scalinata dell’Angelo ad attirare l’attenzione dell’osservatore, ovvero lo scalone marmoreo posto all’ ingresso, adornato da statue di angeli e cinto da una bellissima cancellata in ferro battuto. E’ il suo interno, tuttavia, a meritare una menzione particolare: semplicissima nella struttura, ad una sola navata, custodisce una volta interamente affrescata da Sebastiano Lo Monaco, Giovanni Tuccari e Matteo Desiderato, raffiguranti scene della vita di San Benedetto, capolavoro artistico di sbalorditiva bellezza. A completare il quadro di questo gioiello sacro, l’altare maggiore, realizzato in marmo policromi con intarsi di pietre dure e formelle in bronzo.

MONASTERO DI S. NICOLÒ LA RENA

Abitato dai monaci Benedettini fino al 1866, oggi sede del dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania, è tra i più grandi complessi monastici che l’Europa possieda, secondo soltanto a quello di Mafra, in Portogallo. Patrick Brydon, in Viaggio in Sicilia, lo definì la Versailles siciliana.

L’opera di costruzione dell’imponente edificio, a pianta quadrangolare, cominciò nel 1578, mentre fu solo sul finire del secolo che venne iniziata l’edificazione dell’omonima chiesa, che venne tuttavia distrutta dall’eruzione vulcanica del 1669. I lavori di ricostruzione furono avviati nel 1687, sotto il progetto dell’architetto romano Giovanni Battista Contini.

 Giunse tuttavia il terremoto del 1693 a provocare nuove devastazioni: quasi nessun danno subì la chiesa, ancora in costruzione; lo stesso invece non può dirsi del monastero, le cui poche strutture rimaste superstiti costituirono la base di un’ulteriore ricostruzione, che nel 1702 venne affidata al progetto di Antonino Amato. In questa occasione l’impianto venne notevolmente ampliato ed arricchito, in linea con il volere e lo stile di vita dei monaci, animato da idee di grandiosità e ricchezza. Bisogna infatti sottolineare che il potere assunto dal Cenacolo nel corso nei secoli fu enorme, così come ingenti furono i patrimoni accumulati dai monaci. I lavori di costruzione, ampliamento e decorazione perdurarono per buona parte del XVIII secolo: furono, in particolare, gli architetti Francesco Battaglia e Giovanni Battista Vaccarini ad occuparsi dell’ampliamento del monastero sul lato nord, mentre nel secolo successivo vennero definitivamente completati i chiostri, ad opera dell’architetto Mario Musumeci.

 

Oggi l’impianto del monastero si presenta con un basso piano terreno, con porte che si affacciano sul cortile, su cui poggiano i due piani principali, caratterizzati da un’apertura verso l’esterno e grandi balconi alle finestre, che rendono la struttura decisamente originale rispetto alla maggior parte degli edifici monastici. Le superfici meridionale ed orientale, con la ricchezza di motivi tardobarocchi e churriguereschi, testimoniano l’abilità artistica dei maggiori maestri lapidici siciliani, accorsi a Catania per prendere parte al lavoro di ricostruzione. Le mostre delle finestre, inoltre, sono adornate da una serie di volute, frutti, fiori, mascheroni mostruosi, putti e ninfe: elementi ornamentali che, ancora una volta, confermano la volontà di creare un’opera riccamente decorata, oltre che maestosa.

I chiostri

Per la posizione geografica che assumono all’interno della struttura del cenobio, sono denominati chiostro Di Levante e chiostro di Ponente. Il più recente tra i due è il chiostro di Levante, iniziato nel XIVIII secolo e completato nel 1842, caratterizzato dalla presenza di un portico in pietra bianca, e da un’edicola neogotica, pregevole esempio del sincretismo artistico tipico dell’800. Al contrario di quanto ci aspetteremmo, tuttavia, più che trattarsi di un luogo dedicato alla preghiera e alla meditazione, è un giardino d’inverno in cui i monaci si intrattenevano e accoglievano gli intellettuali che durante il loro Grand Tour qui facevano tappa, e che venivano ospitati al primo piano (da qui passarono Goethe ed il già citato Brydon), sorseggiando cioccolata, caffè, the: l’edicola neogotica aveva infatti funzione di Kaffee-haus.

Il più antico tra i due, a ponente, è quello attorno al quale si sviluppava il monastero cinquecentesco. È caratterizzato dalla presenza di una fontana di marmo bianco al centro, materiale di cui sono costituiti anche il colonnato del portico e le balaustre.

La domus romana e l’emeroteca

All’interno dell’emeroteca di quello che oggi è diventato il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Catania, si conserva una domus romana del II secolo a.C. Un ponte in ferro e legno, disegnato dall’architetto De Carlo, consente oggi di accedere all’aula studio e di osservarla dall’alto, senza che il passaggio danneggi in alcun modo lo scavo.

Il giardino dei novizi

Posto al secondo piano, fu costruito a partire dal 1739, su progetto del Vaccarini. La particolarità del giardino pensile, pensato come area destinata allo svago dei novizi che risiedevano nel corridoio adiacente, è quella di essere adagiato sull’enorme banco lavico depositato dall’eruzione del 1669, a circa 10-15 metri di altezza dal livello del suolo. Dopo che nel 1977 il monastero venne ceduto alla facoltà di lettere e filosofia, l’architetto Giancarlo De Carlo vi inserì dei nuovo elementi, ovvero le ciminiere della centrale termica che si trova sotto il giardino e la fontana.

La chiesa di San Nicolò l’Arena

Come già detto, fu l’architetto romano Giovanni Battista Vaccarini a curarne il progetto nel 1687. Al suo interno, oltre a pregevoli pale di importanti artisti, custodisce il grande organo barocco di Donato del Piano, e la lunga meridiana (40 metri) opera di Sartorius e Peters.

PIAZZA VINCENZO BELLINI

Discendendo nuovamente la collina di Montevergine, non molto lontano da piazza Università, troviamo piazza Vincenzo Bellini, più nota con il nome di piazza teatro Massimo. Proprio qui ha sede infatti il teatro dell’opera di Catania, il Massimo Bellini, dedicato al grande compositore siciliano: uno splendore architettonico ispirato all’eclettismo francese della seconda metà dell’Ottocento, il cui palco ha visto esibirsi i più grandi artisti lirici italiani e stranieri. Una presenza incantevole di giorno e magica la notte, quando la piazza, colma di giovani, si trasforma, vestendo i panni di regina della movida catanese.

 

 

I MERCATI STORICI

Non potete dire di avere conosciuto Catania se non avrete prima respirato le atmosfere dei suoi mercati storici. Qui i tendoni colorati, gli odori, le urla dei venditori ambulanti, l’andare e venire delle centinaia di persone che ogni mattina si aggirano tra le bancarelle, creano un’atmosfera unica e vivace: un imperdibile bagno di folklore che costituisce uno dei tasselli fondamentali dell’identità di questa sfaccettata città mediterranea.

 

Dopo avere attraversato piazza Duomo, passando alle spalle della fontana dell’Amenano, arriviamo in piazza San Pietro Alonzo, sede della Piscaria, ovvero la Pescheria, in cui viene venduto il pesce fresco di giornata. Una tradizione che risale a duecento anni fa, quando venne appositamente creata una galleria per ospitare il mercato ittico cittadino. L’intenso odore del pesce, il suono secco e sordo dei coltelli sui banchi, il rosso del sangue che scorre dalle loro superfici, si offrono alla percezione del passante come un tutt’uno indistinto, misto al vocìo di sottofondo e alle uciate dei venditori ambulanti che richiamano l’attenzione dei passanti. A dominare questo scenario primitivo e affascinante, il luccichìo del pesce fresco, che esalta la straordinaria varietà di specie dalle variegate forme, dimensioni, colori. Protagonista assoluto, il pesce azzurro, sovrano della fauna ittica indigena, convive accanto a grandi teste di pesce spada e ai tentacoli violacei dei polipi.

 

Non distante da piazza Stesicoro, in piazza Carlo Alberto, sorge l’altro antico mercato storico catanese: a Fera’o luni, vale a dire la fiera del lunedì, l’unico giorno in cui originariamente esso era aperto. Oggi è possibile visitarlo tutti i giorni della settimana, eccetto la domenica. Anche in questo caso sono i venditori ambulanti, con i loro slogan dialettali, a fare da originale cornice sonora a questo melting pot di merci ed etnie. All’esposizione di prodotti tipici locali, quasi formaggi, insaccati, frutta e verdura di stagione, si affianca la vendita di capi d’abbigliamento, scarpe, casalinghi, merci impensabili e prodotti di ogni sorta.

 

 

LA FESTA DI SANT'AGATA

In ordine di importanza, subito dopo la propria famiglia, i catanesi collocano due entità intoccabili: la Santa patrona della città, che affettuosamente chiamano a Santuzza (un diminutivo che ne rivela il profondo attaccamento), e il calcio Catania, la squadra di calcio della città.

È difficile arrivare a comprendere fino in fondo quanto la loro devozione religiosa sia sentita e profonda, se non si ha la possibilità di assistere alle celebrazioni cittadine che hanno luogo i primi giorni del mese di febbraio, durante i quali l’intera città si ferma per rendere onore all’unica vera signora che essa riconosca: un evento grandioso e rinomato nel mondo, risorsa fondamentale del corredo folklorico siciliano, tanto da valergli il titolo, conferitogli nel 2002 dall’Unesco, di Bene Etno Antropologico della Città di Catania nel mondo.

Dal 3 al 5 febbraio le strade appaiono gremite di uomini, donne e bambini che indossano l’abito bianco della devozione, il sacco (un saio devozionale, appunto), ed un berretto nero. Il 4 e il 5 febbraio, in particolare, il fercolo della Santa viene condotto in processione per tutti i quartieri, seguito dai fedeli. Alcuni di loro recano in mano i ceri della devozione, candele che in molti casi raggiungono grandi dimensioni. Altro dettaglio essenziale che rende unica la festività è la presenza delle cannalore: 12 candelore, che rappresentano le antiche corporazioni di arti e mestieri, che si presentano come grandi costruzioni in legno scolpito e dorato in stile barocco siciliano, contenenti un cero votivo. Sebbene il loro peso oscilli fra i 400 e 900 chili, esse vengono portate a spalla, in giro per la città, da un capannello di uomini, con una caratteristica andatura caracollante: la ‘nnacata.

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